ROBERTO LEYDI (Ivrea, 21 febbraio 1928 – Milano, 15 febbraio 2003)

ROBERTO LEYDI (Ivrea, 21 febbraio 1928 – Milano, 15 febbraio 2003)

Iniziò la sua attività interessandosi sin dalla fine degli anni ’40 di musica contemporanea, di jazz e di musica popolare americana, collaborando con Luciano Berio (“Mimusique n. 2”) e Bruno Maderna (“Ritratto di città”). Successivamente inizia ad occuparsi specificamente della musica di tradizione orale dell’Italia, dando vita nel 1962 al “Nuovo Canzoniere Italiano”. All’interno di questa rivista, posta ben presto al centro di un ampio dibattito sui temi della riproposta del canto popolare, prese forma uno stimolante progetto di produzione di spettacoli che coinvolgevano i più rappresentativi interpreti del folk revival italiano. In questi anni Leydi si faceva promotore di alcune esperienze discografiche di grande valenza politica e culturale, fra le quali ricordiamo “I Dischi del Sole”. Da questa attività nel 1964 scaturì lo spettacolo “Bella ciao”, curato insieme a Filippo Crivelli su testo di Franco Fortini, e interpretato fra gli altri da Caterina Bueno, Sandra Mantovani, Giovanna Daffini, Michele Straniero e Giovanna Marini. “Bella ciao” venne presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto suscitando grande scandalo fra il pubblico a causa dei contenuti radicali e di protesta delle canzoni. Sul ruolo del folk revival, che l’attività del Nuovo Canzoniere Italiano aveva contribuito a fondare all’interno di una cultura come quella italiana ancora condizionata da una visione cartolinistica del “popolare” ereditata dal fascismo, maturano però visioni diverse. Mentre Bosio vedeva nella riproposta dei canti popolari, limitati a quelli sociali e di protesta, uno strumento di rinnovamento politico e culturale, Leydi era invece orientato verso una riproposta che si fondasse sullo studio e sul rispetto degli stili esecutivi della musica di tradizione orale. Sulla base di questa diversità di convinzioni maturò il distacco di Leydi dal Nuovo Canzoniere Italiano e il suo progressivo impegno nel campo della ricerca etnomusicologica, che lo porterà dalla fine degli anni Sessanta a condurre innumerevoli campagne di rilevamento e alla cura di una collana di dischi dedicati alla musica di tradizione orale: la Albatros della Vedette. Figura importante per l’etnomusicologia anche del meridione d’Italia, fu uno degli informatori principali durante le campagne di ricerca in Basilicata, come testimonia la sua presenza nelle registrazioni dell’ottobre 1952 durante la spedizione lucana condotta da Ernesto De Martino e Diego Carpitella e promossa dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Fu anche attore per Francesco Rosi in Cristo si è fermato a Eboli (1979), tratto dal romanzo di Carlo Levi (Persia interpreta la parte di “ufficiale esattoriale”). Punto di riferimento per il repertorio a cupa-cupa, come per il repertorio urbano, è tutt’oggi riconosciuto tra i protagonisti indiscussi della vita musicale popolare materana degli ultimi cinquant’anni, essendo stato attivo fino alla sua morte avvenuta pochi anni fa. Leydi si affermò dunque quale grande ricercatore “sul campo”, eccezionale scopritore di “altri mondi” sonori, non solo in Italia, ma anche di Grecia, Francia, Scozia, Spagna e Nord Africa, nonché collezionista di qualsiasi oggetto che documentasse la cultura popolare: materiale iconografico, strumenti musicali e vecchi dischi a 78 giri. Nel frattempo le attività si accavallarono freneticamente. Leydi collaborava con il Centro nazionale di Studi di Musica Popolare e con la Discoteca di Stato, curava trasmissioni radiofoniche e televisive e organizzava il laboratorio di musica popolare presso l’Autunno Musicale di Como. Promuoveva inoltre l’Ufficio per la cultura popolare della Regione Lombardia, curando una splendida serie di volumi di documentazione sulla cultura tradizionale lombarda, e dirigeva la scuola civica di arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano. Dal 1973 Leydi ricopre la cattedra di Etnomusicologia all’Università di Bologna (corso di laurea D.A.M.S.), allevando con passione un’intera generazione di giovani ricercatori. Da pioniere di un’etnomusicologia consapevole di tutte le implicazioni di carattere metodologico, ideologico e culturale che questa disciplina oggi pone, lascia una ricchissima eredità intellettuale affidata in buona parte ad una vasta produzione saggistica. Impossibile ricordare tutti i suoi scritti, molti dei quali non più disponibili, come i pionieristici “Musica popolare e musica primitiva” (ERI, 1959) e “La musica dei primitivi” (Il Saggiatore, 1961), che aprirono orizzonti culturali nuovi nello stagnante panorama della cultura musicale italiana dei primi anni ’60. Come dimenticare poi quegli utilissimi strumenti di divulgazione che sono stati il “Dizionario della musica popolare europea”, scritto insieme a Sandra Mantovani (Bompiani, 1970) e l’antologia di testi e musiche “I canti popolari italiani” (Mondatori, Gli Oscar, 1973) o ancora il pregnante saggio sulla canzone popolare pubblicato nel 1973 sulla “Storia d’Italia” della Einaudi. Fra le ultime fatiche di Leydi ricorderemo infine la cura dei tre volumi della “Guida alla musica popolare in Italia”, contenenti anche alcuni suoi saggi (LIM, 2000-01) e un saggio pubblicato da Giunti nel 1991 intitolato “L’altra musica”, in cui Leydi riflette su storia, scopi, metodologie e campi di ricerca dell’etnomusicologia e sui rapporti di questa disciplina con l’antropologia e l’etnologia. In questo volume Leydi rivela esplicitamente la propria natura di studioso costantemente animato da un atteggiamento critico, a volte perfino spregiudicato e comunque lontano da qualsivoglia accademismo. “L’altra musica” fotografa infatti la tradizione musicale “colta” come “altra”, considerandola “extra-popolare” e dunque non collocata al centro di un sistema di culture e di saperi. «Per una volta almeno _ dice testualmente Leydi _ “altri” divengono, in un gioco volutamente provocatorio, i “bianchi”, cioè i depositari delle scienze antropologiche e musicologiche», con un ribaltamento di prospettiva che in fondo riassume il senso di una vita interamente spesa per lo studio della cultura musicale di tutti quelli che sono diversi da noi. Qualche mese prima della sua morte ha donato l’intero archivio privato (circa 700 strumenti musicali, 6.000 dischi, 10.000 libri, 1.400 nastri magnetici) al Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona, in Svizzera.